La notizia si è diffusa alla fine del mese di Luglio: un nuovo farmaco, LMTX, è in grado di agire efficacemente contro l’Alzheimer, contribuendo a ridurre i tempi della neurodegenerazione progressiva che contraddistingue questa malattia. Si tratta di un farmaco derivato da un colorante, noto come antidoto per gli avvelenamenti da cianuri e come disinfettante delle vie urinarie: il blu di metilene, l’LMTX condivide lo stesso principio attivo in grado di ridurre i livelli di proteine TAU aggregate e mal ripiegate, che hanno particolare efficacia nell’accellare le forme di neurodegenerazione connesse a questa patologia.

Il farmaco ha dato risultati molto soddisfacenti, per sperimentarlo sono state arruolate 891 persone con sintomi lievi o moderati della malattia di Alzheimer, alcuni pazienti (15%) hanno ricevuto LMTX da solo, altri lo hanno assunto in combinazione con altri trattamenti che stavano già prendendo e il resto ha ricevuto un placebo. Dopo 15 mesi i test di abilità mentale hanno rilevato che i pazienti trattati solo con il nuovo farmaco sono andati incontro a un deterioramento significativamente più lento – sia in termini di cognizione, sia di capacità di continuare a svolgere i compiti di tutti i giorni come vestirsi e mangiare – rispetto a chi stava assumendo il placebo, e le conclusioni dei ricercatori sono orientate a ritenere che il farmaco sia in grado di rallentare la progressione della malattia sino all’80% delle possibilità, rispetto ai malati che sono trattati con altre terapie.

Ma occorre ricordare che questa malattia non si previene solo con i farmaci, secondo una ricerca dell’Alzheimer Disease Research Center lo stress lavorativo, o un forte impegno intelletuale, sono in grado di attivare efficacemente forme di prevenzione o di ritardo della malattia: in poche parole un lavoro impegnativo ha l’effetto di ridurre gli effetti del morbo di Alzheimer.
I ricercatori Alzheimer Disease Research Center hanno analizzato le iperintensità della sostanza bianca cerebrale di 284 soggetti di mezza età considerati a rischio demenza. I soggetti meno a rischio erano quelli che svolgevano lavori intellettualmente impegnativi, ad esempio avvocati, medici, insegnanti e assistenti sociali. I pazienti più a rischio erano invece quelli che svogevano mansioni meno qualificate: operai, cassieri, magazzinieri. Secondo i medici americani, tuttavia, la chiave di volta per capire l’effetto protettivo non sarebbe il carattere intellettuale di questi mestieri, ma il fatto che tali attività aumentino la tendenza alla relazione con gli altri e l’impegno nei loro confronti. Esseri esposti a molte relazioni con tutto il carico di problemi che queste impongono soprattutto nei contesti operativi di lavoro e di decisionalità,  è certamente stressante ma ha tuttavia l’effetto di rendere il cervello più resiliente nei confronti dell’Alzheimer.
Un altro studio pubblicato su Neurobiology of Aging dai ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele e dell’IRCCS Ospedale San Raffaele ha dimostrato per la prima volta nei pazienti con la malattia di Alzheimer che il sistema colinergico, importante per la memoria e per tutti i processi cognitivi, viene potenziato nei soggetti con alti livelli di scolarità e occupazione, contrastando la neurodegenerazione.